domenica 11 marzo 2012

Elogio della semplicità

Mi ricorderò di questo festival come di quello delle birre eccessive: ibu smodati, randallizzazioni casuali e aromi sovrastanti. La mancanza di bevibilità affligge quasi tutti i prodotti luppolati,quasi a conferma delle impressioni espresse dalla giuria a Rimini. L'unica novità che si è fatta davvero apprezzare è stata la TenTen del Bi-du, birra in-your-face, ma coi suoi 10% nascosti chissà dove. A volte non c'è rifugio migliore della normalità, del piacere di prendere un bicchiere e sapere di arrivarci alla fine senza pentimenti. In questo mi hanno confortato alcune vecchie conoscenze e piacevoli novità. Della vecchia guardia impossibile non citare la Blond di Extraomnes e la Seta del Rurale (sì, è special, ma è sempre lei). 
Chi più mi ha impressionato per scelte coraggiose e disprezzo totale per il trend è stato il vicentino Birrone. Perchè? Un appeal commerciale prossimo allo 0 (non me ne vogliano), birre semplici, pulite, "da bere" come direbbero loro: Scubi, una dark lager, genere molto spesso sottovalutato che il sottoscritto adora e Gerica, crasi perfetta tra Germania e America, tra erbaceo e agrumato. Rimanete puri! Per favore...

Una menzione aggiuntiva va al Birrificio Dada, un po' perchè se io non vado da Dada, lui viene da me, visto la sfortuna che regnava ogni volta che mi organizzavo per andare a trovarli. Produzione varia, sprazzi di iuessei nella loro Brown Ale e nella Cento, ma anche equilibrata sfrontatezza nella Tzara, la loro personalissima interpretazione di una blanche. Siete dei pazzi e, quindi, vi adoro.

lunedì 27 febbraio 2012

King of nothing

Una comparsata della durata di poche ore a Selezione Birra non le rende decisamente giustizia. Per questo motivo il mio report non può che essere lacunoso... Cominciamo dicendo che la birra che mi ha emozionato di più è la "Birra Madre" del brianzolissimo birrificio Menaresta. Intendiamoci: non è che proprio io mi strappi i capelli per le acide ma l'ho trovata così ben fatta, elegante ed equilibrata che non posso aggiungere altro. A seguire la Perle ai Porci, oyster stout di Birra del Borgo, servita dal cask. Visto che la inseguivo da un po', finalmente posso dire: "celo". Una Sveva di Grado Plato che, certo non è una novità, ma quando è in forma è in grado di farmi dimenticare di Tipopils per qualche istante. Stand particolare con spillatura direttemente da un motore. Bello (come al solito) anche quello della ticinese Bad Attitude, di cui sorseggio la Dude una aipiei forse un po' troppo caramellosa, ma pericolosamente easy to drink.

Veniamo alla questione delle classifiche: nella categoria birre luppolate di ispirazione angloamericane non è stato assegnato il primo posto. Il fatto è che la giuria non ha ritenuto degno nessuno, causa un  valore mediamente scarso dei prodotti presentati. Niente di male, ci mancherebbe, ma non capisco come possano esserci dei secondi e terzi classificati. Sono meno peggio dei non qualificati? Boh.  La mia mente intricata vorrebbe che il secondo diventi primo e il terzo secondo, la competizione fa riferimento alla birra "migliore" o - se volete - "meno peggio" dell'anno in corso. L'anno prossimo si ricomincia da capo e, a questo punto, speriamo si alzi il livello. Al sottoscritto non è mai capitato di vedere una competizione sportiva per un titolo assoluto in cui non ci sia un vincitore, ma tant'è...

Le mie congratulazioni vanno tutte a Birrificio Italiano, vincitore indiscusso. Avanti così per altri cent'anni!!! 

mercoledì 22 febbraio 2012

Never ending winter

Metti un gelido lunedì mattina di febbraio. Metti un cielo blu terso sopra e 10 cm di neve sotto. Metti un commerciante (io) e il beerblogger più r'n'r d'Italia (Leo). Metti un auto da riempire per il negozio e due pance da riempire con qualche liquida prelibatezza. A1 direzione sud.

Se il buon giorno si vede dal mattino, cominciare con degli assaggi di barley wine rende tutto maledettamente morbido e sfuocato. Entrare nell'antro sotterraneo di Toccalmatto con Bruno che armeggia con un siringone di plastica lungo 40 cm un po' spaventa, ma alla fine tutto si risolve in una serie ben ritmata di barley wine torbate, sour ale, etc; e, nonostante conosca piuttosto bene le produzioni del birrificio emiliano, è incredibile la quantità di produzioni sperimentali (e non) che si cela dietro le porte del birrificio. Ce n'è per tutti i gusti: dalla Oceania, una saison ben luppolata senza scadere nell'esagerazione - occhio la troverete ancora per poco alla spina da qualche parte - a imperial stout dimenticate chissà perchè nell'antro, sour edition e qualche sorpresa in arrivo.


Per non farci mancare nulla, facciamo tappa a Codogno dai ragazzi di Brewfist, birrificio giovane per anagrafica, ma maturo per scelte produttive e di comunicazione. Impianto bello grosso, un Pietro, già birraio presso Fullers e "Allo" (ormai nel roster del birrificio lodigiano) che armeggiano in sala cottura. Solida la loro line up a base di ales molto "anglofoni" come 24 K, Jale e Fear  e bombe di luppolo, già passate agli onori della cronaca: tra tutte Burocracy e Space Man.  Tenete d'occhio sia loro che il progetto del Terminal 1, il loro brewpub d'appoggio che aprirà a breve situato in zona strategica alle porte della città. 

Un unico rammarico: avere mancato ancora una volta la visita al birrificio Dada (probabilmente sepolto sotto la neve). Ma confido nella loro presenza all'IBF per rifarmi dei due tentativi falliti...

martedì 15 novembre 2011

Gli inglesi che copiano gli americani che hanno copiato gli inglesi

The Rake - Borough Market
36 ore a Londra. Assaggiare più birra possibile. Non real ale o camra approved, ma prodotti della new wave britannica. Prima tappa The Rake nella bellissima zona di Borough Market, posto "essenziale" poche spine e pompe, ma frigo pieni di ogni. Vado di Titanic Engine Room e mi lascio affascinare dalla mitica Hop Rod Rye di Bear Republic in bottiglia. Lo so quest'ultima non è inglese ma come resistere all'offerta? Dritti a The Cask, Pimlico, posto birrofighetto con una bella schiera di handpumps e di spine. Comincio con una classica Hophead di Darkstar, ottima session beer dall'alcol basso basso ma dall'aroma esuberante. Poi Broadies Black IPA, molto bruciacchiato e frutta tropicale nello stesso bicchiere. Piacevole scoperta. Per non farmi trovare impreparato alla visita del giorno dopo mi faccio stappare una Columbus IPA di Kernel e chiudo con la Alchemy di Thornbridge, una barley wine dal tocco di sherry, legno e acidulo.

Nanna ristoratrice, colazione con pancakes e bacon e poi Kernel Brewery, uno dei birrifici più assurdi mai visitati: situato sotto i binari del treno, tra il casino di un magazzino e i prosciutti appesi, si fa spazio una piccola sala cottura e fermentatori che sembrano per lo più i "ferri del mestiere" di un homebrewer che una birrificio vero e proprio. Evin mi mostra come da questo immenso macello possano uscire delle birre favolose: mi stappa un'imperial brown stout, una ricetta che ha più di 100 anni, che gli altri birrifici della city sembrano aver abbandonato. Passiamo poi ad una freschissima Citra Ipa, perchè la columbus da me bevuta al the cask non è così fresca - mi dice - anche se mi era sembrata ottima...

Pur trovandomi nella terra natia di IPA, golden ale e porter, la retrocolonizzazione delle bombe di luppolo americane è piuttosto evidente. Tra le produzioni più modaiole emergono anche esempi di crossover tra USA e UK, e produzioni "moderne" con i piedi ben piantati nella tradizione.

Così è come la vedevo io
ODDITIES:
- questi continuano a guidare "al contrario", come abituarcisi?
- il prezzo della birra è proporzionale all'ABV% per una barley wine si spende fino a 2 volte rispetto ad una bitter
 - girare in metrò costa di più che bere una buona pinta. Ma ne vale davvero la pena?

giovedì 29 settembre 2011

Il lambic è come gli Slayer

Per anni ho schifato gli Slayer. Non è che realmente ci fosse qualcosa che non andasse in loro, ma semplicemente non mi piacevano. Ho voluto vederci qualcosa nella loro musica che non c'era. Pensavo che nei loro testi avrei trovato una sottile critica del pensiero moderno, ma niente... Loro continuavano con la loro musica selvaggia e le loro farneticazioni pseudo sataniste. Stessa cosa per i lambic. Ma sarà birra quella? Non c'è amaro, puzza di stalla e non ti ubriaca neanche in dosi massicce. Pensavo fosse birra, invece il lambic è lambic e non è amaro e puzza di stalla. Alla fine ho ceduto: adoro gli Slayer e mi bevo pure le birre acide. Sono piacevoli? Non saprei, però ti prendono...

sabato 24 settembre 2011

Beerporn

Ritrovarsi alle 10 di mattina in negozio e guardare del porno, con la possibilità che un cliente entri e si accorga dei mugolii di piacere. Ma non si tratta di procaci pornostar, bensì di fortunati beer geek dall'altra parte del mondo che si "fanno" il sogno erotico proibito, lasciandoti con la certezza che tu non l'avrai mai.
Aveva ragione quel simpatico spilungone di Anthony Bourdain, che in una puntata del suo no reservation, aveva descritto come pornografico il nostro approcio alle trasmissioni di cucina. Siamo un branco di guardoni, godiamo nel vedere altri cucinare e magnare, la nostra soddisfazione nasce dall'assaporare virtualmente quello che non potremo mai avere. Una volta leggevamo pornografia, ora siamo passati a beergeekomania, parafrasando Fight club, e non importa quanto stupido sia, noi tutti lo facciamo.
In un mondo in cui i tasting si fanno in live chat con gli amici vicini e lontani, blog culinari che affiorano da ogni dove e degustazioni su youtbe.com, la nostra fame/sete è visuale. Siamo ingordi di immagini, ci saziano i mmmmm e ooooooh di piacere a cui il conduttore di turno si lascia andare così come l'attore eiacula sulla vogliosa modella.
Poi esci per la presentazione di una nuova birra e alla fine ti resta la sensazione di aver trombato con tua moglie.

domenica 11 settembre 2011

How to fail to be a beer geek


Io ODIO i blog di birra, nella maggior parte dei casi sono vaneggiamenti di alienati più
interessati alle sostanze chimiche e alle tabelle sensoriali che ad una bevanda che affonda
le sue radici nella bevuta in quantità e nella convivialità. Ogni tanto ci si imbatte, però,
in pagine che ti inchiodano alla sedia e ti intrattengono per ore. Questo è il caso del blog
di Aaron (http://theviceblog.com/). Il beer geek ne resterà deluso: non troverà una fredda
autopsia della nostra bevanda preferita. La forza del suo blog è sempre stata la scrittura,
i torridi racconti di notti di sbronze e sesso, gli hangover del giorno dopo... una vita di
Bukowskiana memoria.
Poi un libro, anzi una guida, una guida all'autolesionismo, ma con quella candida leggerezza
e umorismo sconosciuti a Schopenhauer.
Qualche settimana fa mi chiede se ero interessato ad essere "il suo primo lettore non di
madrelingua inglese". Come dire di no? Questa è la conversazione che ne è seguita.

S: hai cominciato a scrivere per ricordarti cos'avevi bevuto la sera prima o hai cominciato
a bere per avere qualcosa di cui scrivere?

A: (ride). Scrivo da quando sono un ragazzino, ben prima che scoprissi la magia del "bere".
Bere mi ha reso uno scrittore migliore? Mmmmmmm... Non ne sono sicuro. Ma senz'altro ho
imparato molto e mi sono venute molte idee mentre bevevo. E a volte scrivo mentre bevo. Come
disse Hemingway: "scrivi da ubriaco, correggi da sobrio". Parole sagge.

S: quanto c'è di biografico nei racconti del Vice Blog e di "How to fail"?

A: Bret Easton Ellis una volta ha detto di scrivere "autobiografie emozionali". Sono
d'accordo con lui. Le storie nei miei racconti non sono necessariamente successe a me - anche
se qualcuna è capitata - ma mi sentivo come se lo fosse stato, e vivo (od ho vissuto) nel
mondo che descrivo.

S: qual'è la differenza tra il Vice blog e gli altri beer blog?

A: Ho cominciato perchè ero stufo di tutti quei coglioni là fuori che scrivono sempre le
stesse cose trite e ritrite sui loro blog. Feticizzare la birra ma ignorare la parte più
divertente: bere e ubriacarsi. E' come se avessero interamente sorvolato su questo fatto. A
me piace la birra buona, ma mi piace anche come la birra buona mi fa sentire (ubriaco).

S: C'è qualcosa in comune tra il blog e il libro? "How to fail" ne è il figlio o ha una vita
propria?

A: Direi che in un certo senso è suo nonno. Scrivere il Vice Blog mi ha insegnato che posso
scrivere della prosa accattivante - sono sempre stato uno sceneggiatore - e che io amo scrivere
prosa. E mi ha dato la confidenza per tentare un racconto. Quindi il blog e "How to fail"
sono parenti consaguinei in un certo senso.

S: Come ti ho già detto in precedenza, c'è un po' di Stu (protagonista del racconto NDA) in
ognuno di noi. Possiamo dire che c'è una morale in "How to fail"?

A: Sì, la morale c'è. Non ho cominciato a scrivere "How to fail" pensando che finisse con
una morale, ma alla fine è andata così. E il messaggio è di quelli semplici: "il successo
nella vita è semplicemente essere felici".

S: How to fail è stato autoprodotto. Hai scritto, corretto e fatto promozione per conto tuo.
E' così?

A: Tecnicamente non l'ho corretto io - l'ha fatto una donna di nome Amy Cianfrone - ma, sì,
sono stato il factotum del libro. L'ho scritto, ho aiutato a visualizzare il design del
libro (mia sorella Sarah è la designer), ho pianificato il mio tour di 30 bar in 30 giorni,
me ne sono uscito con il mio piano commerciale,mi sono comportato come se fossi il mio
agente... yeah, direi che ho indossato un bel po' di vesti. Anche il mio manager Craig T.
Wood mi ha aiutato, comunque. Ma il Goldfarb Team è decisamente piccolo!

S: perchè hai deciso di promuovere il libro davanti a degli ubriaconi molesti invece che a dei
colletti bianchi da libreria?

A: Anche da fan dei libri, trovo che apparizioni in libreria siano davvero noiose. Nessuno
sembra divertirsi, né l'autore, né il pubblico. Così ho deciso di cambiare le cose. Mi sono
immaginato che i lettori di "How to fail" si trovassero più facilmente nei bar che nelle
librerie. Avevo ragione? Non lo so, ma mi sono spaccato!!!

S: dimmi 3 autori e tre birre senza cui non potresti vivere

A: Ah! Questa è davvero dura. Ci sono così tanti bravi scrittori e così tante buone birre!!!
(ci pensa...) Birre: Goose Island Bourbon County Stout, The Bruery Black Tuesday, e direi
Kuhnhenn Fourth Dementia. Ma se me lo richiedi tra poco, potrebbero esserne altre.
Scrittori: direi Tom Wolfe, Hunter Thompson, e Cormac McCarthy. Ma ancora una volta,
potrebbero cambiare in base al giorno.

S: dove potrebbero gli italiani comprare "How to fail"?

A: Sai... Non sono sicuro di dove gli italiani potrebbero trovare "How to fail". E'
disponibile su Amazon americano, inglese e tedesco, ma non sono sicuro che questo possa
aiutare gli italiani. Che io sappia non è in nessuna libreria d'Italia. E di sicuro non è
ancora stato tradotto in italiano. Se c'è qualche editore là fuori che vuole i diritti per
la versione da tradurre in italiano, può beccarmi su aaron@aarongoldfarb.com e facciamo
l'affare! Secondo te agli italiani potrebbe piacere "How to fail"?

S: Sì. A me è piaciuto... Ok, ultima domanda. Una brutta domanda...Potresti aggiornare il
blog così mi tengo impegnato nelle ore di lavoro?

A: (ride) Farò del mio meglio! Ultimamente mi sono concentrato di più su
aarongoldfarb.com/blog. Però, non è divertente neanche la metà che scrivere sul Vice Blog.