sabato 16 novembre 2013

Dave Witte

Ogni tanto mi ricordo di avere anche un blog.


Parafrasando “Fusi di Testa”: Io? Qui a parlare con Dave Witte di birra e musica? Non sono degno, non sono degno. Ma tant'è, perché è successo davvero. Lui, uno tra i più veloci batteristi del pianeta (ve lo ricordate con i Burnt By The Sun?), quando non è impegnato dietro a pelli e cimbali si dedica a tempo pieno al turismo brassicolo e gastronomico; anzi è un vero true lover delle piccole produzioni e conosce pure qualche birra italiana...

- I metallari sono spesso associati a birra da supermercato e cibo spazzatura, tu sei un bevitore di birra artigianale e un amante della buona cucina. Come ci sei arrivato?

D.W. Il mio passaggio alla buona birra è stato senz'altro Bill degli Exit 13. Mi ha fatto entrare nel mondo delle "belghe" e poi è cresciuto tutto a valanga da lì. Pensavo che tutta la birra fosse cattiva e non la bevevo. Stille Nacht (di De Dolle nda) è stata la birra che mi ha cambiato, non mi dimenticherò mai di quanto era buona! Mentre per il cibo, viene per lo più dai miei viaggi.

- Anche gli altri membri delle tue bands condividono queste tue passioni?

D.W. Tutti amano cibo e birra, ma su piani differenti. Sono l'unico che si cerca attivamente i posti da visitare mentre siamo in tour. Appena mi comunicano le date, immediatamente mi informo tramite amici e siti web su cibo e birra, e faccio una lista dei posti da visitare.

- La scena southern metal sembra essere il cuore pulsante della musica estrema, ma per la birra... Sta crescendo la scena birraria? Io non conosco molto se non Cigar City Brewing.

D.W. Cigar City è davvero fantastico, fanno delle grandi birre. Tuttavia non riesco a pensare ad un esplosione di birrifici artigianali al sud. La Carolina del nord si sta facendo conoscere con Duck Rabbit, Foot Hills, Olde Hickory e pochi altri, ottime birre! Anche dove vivo c'è un nuovo birrificio che sta facendo delle grandi cose, chiamato Hardywood Park. Vai a vedere il loro sito.

- Qual'è la tua birra preferita, la tua band preferita e l'accoppiata birra/musica preferita?

D.W. La mia birra preferita è Peche Mortel di Ciel Du Ciel. Lo so che ci sono tanti stili e birre di cui parlare, ma è la mia preferita. Le mie bands preferite sono i Rush e gli AC/DC... quindi il Canada è in cima alla mia classifica (ride). Ascoltare "Bitches' Brew" bevendone una (prodotta da Dogfish Head nda) è stato fantastico.

- Com'è stato suonare al quindicesimo anniversario di 3Floyds? Come hanno reagito i beergeeks di fronte a tanta potenza (suonavano anche Melvins e Black Cobra)?

D.W. E' stata una delle volte in cui mi sono divertito di più. I 3Floyds sono persone incredibili che fanno birre incredibili. Ci hanno trattato benissimo, sono rimasto colpito. Tutte le band sono state grandi e anche i birrai ospiti (Mikkeller, De Struise e Surly) sono stati straordinari. I beergeeks si sono attizzati per le band così come i birrai... è stato bellissimo. La mia nuova band, gli Argonauts, suoneranno al loro Dark Lord Day quest'anno. Non vedo l'ora!

- Raccontaci un po' del tatuaggio col logo di 3Floyds che ti sei fatto...

D.W. Dovevo farlo, adoro la gente e la birra di 3Floyds. Era anche il soggetto giusto per il mio ginocchio, ci sta proprio bene!

- Hai mai assaggiato qualche artigianale italiana?

D.W. Sì, la Verdi Imperial Stout è una delle mie preferite del Birrificio del Ducato e prima dell'espansione della birra artigianale in Italia, mi piaceva davvero la Moretti Rossa. La Super di Baladin è una birra eccezionale.

- Raccontaci un po' dei tuoi progetti musicali, so che sei ben occupato con la nuova uscita dei Municipale Waste...
D.W. Yeah! Il nuovo Municipal Waste uscirà il 10 aprile negli U.S.A. per Nuclear Blast ed è venuto veramente bene. Non vedo l'ora che la gente possa ascoltarlo. E ci faremo un  bel culo per il tour del disco. Il mio progetto più recente si chiama Argonauts e suoneremo qualche concerto e registreremo qualche pezzo a breve, teneteci d'occhio.

- Passerete dall'Italia? Potremmo uscire a farci un paio di pinte (rido).
D.W. Speriamo quest'estate! Non ho ancora guardato le date, ma non vedo l'ora di venire lì e cominciare a suonare e a bere (ride).

Pubblicato originariamente su Salad Days Issue XI 

venerdì 31 maggio 2013

Size does matter (NYC part II)

E' innegabile. In America tutto è grande: la auto sono grandi, i grattacieli sono altissimi, i pub hanno 40 spine, i fermentatori dei birrifici sono alti come palazzi... O per lo meno lo sono quelli di Captain Lawrence, piccolo (argh!!!) birrificio 40 km a nord di New York, a Elmsford, paesino disperso nelle campagne lontane dalla metropoli.
Il birrificio aveva attirato la mia attenzione grazie alla sua produzione, sia di birre iperluppolate, che di sour ales: i classici due piccioni con una fava.
E così dopo un lauto banchetto all'Oyster Bar del Grand Central Terminal, tappa fondamentale per chiunque sia un amante dei frutti del mare, saliamo sul treno che costeggia l'Hudson River fino a Tarrystown.
Arriviamo ad un complesso industriale nel mezzo del nulla in cui svetta un enorme silo per i cereali, ci addentriamo nell'ampia tasting room dove ci attende Aaron, manager dell'area accoglienza del birrificio. La sala cottura è grossa, ma non gigante, quello che lascia a bocca aperta è la "cantina": l'impianto da 30-35 Hl (mi perdonerete se non sono una cima con le conversioni) lavora non stop per 4 cotte al giorno per mettere nei fermentatori dai 12.000 ai 15.000 litri di birra ogni giorno. Questo immane sforzo - penserete voi - va a beneficio di una nazione molto estesa, mentre la realtà impone che le birre di Captain Lawrence siano reperibili solo nello stato di New York, con due eccezioni: Philadelphia e Boston. Si produce di tutto: dalla Koelsch, alle ben note IPA e Double IPA, passando per prodotti particolari, come la Weizen Bock e la Berliner Weisse a beneficio dei soli avventori della tap room. Incredibile, la capacità del birraio italo-americano Scott Vaccaro di produrre anche delle ottime sour ales come la già citata Berliner Weisse e la Hops n' Roses, passata in botte con rosa e ibisco.
Se le birre di Captain Lawrence si trovano sì e no in un pub su tre nella grande mela, in ogni dove ho trovato gli ottimi prodotti di Sixpoint, piccola gemma nel decadente borough di Red Hook, sud di Brooklyn. Nonostante il quartiere sia desolatamente noto per essere la capitale americana del crack, il quartiere si distingue nell'ospitare il secondo birrificio newyorkese più venduto (dopo Brooklyn). L'ambiente è piccolo e accogliente al suo interno, un impianto di dimensioni decisamente "italiane" trova spazio in una piccola costruzione in mattoni. Questa è la facility secondaria, dove vengono prodotte le birre one-shot, le stagionali e le speciali.
La gamma base viene prodotta e inlattinata 120 km più a nord in Pennsylvania per far fronte all'enorme richiesta di birra in NYC.
Nonostante la sala di cottura di Red Hook sia stata devastata dall'uragano Sandy a settembre, l'inossidabile spirito americano ha fatto sì che si tornasse velocemente in affari con una produzione sterminata di birre ad hoc.
Il Citra resta ancora il luppolo più di moda anche oltreoceano: grandiosa la serie Spice Of Life monoluppolata e la Oyster stout disponibile in pochissimi posti scelti. La serie di produzione base trova i suoi highlights nella Double IPA Resin, più west che eastcoast e nella Bittersweet, una cream ale davvero easy to drink ma coraggiosa.



lunedì 27 maggio 2013

La NYC che beve bene

Andare nella capitale del mondo occidentale per la seconda volta è un po' come camminare dopo essersi tolto i sassolini dalle scarpe: niente più code infinite per le attrazioni turistiche, basta sentir parlare italiano manco fossimo in piazza Duomo; solo il piacere di andare a zonzo per le strade, fermarsi dove si vuole, conoscere la città come se fossi (quasi) un residente. Inutile dire che il vero Beer Geek schifa la grande mela, lontana dalle IPA di San Diego e dalla West Coast in generale e, a volte, più vicina al nostro gusto europeo. Non è un caso se il mio amico Aaron decide di portarmi da Proletariat nell'East Village per un aperitivo (tutt'altro che) veloce: 6 spine su 10 sono occupate da birre europee, tra cui anche la nostra Perle Ai Porci. Schivo l'offerta esotica e mi concentro sulle quattro autoctone, rimanendo un po' deluso dalla scarsità della scelta. Allagash Blond mi riconcilia subito con me stesso.
Dopo aver specificato meglio la mia voglia di bere "americano", finalmente cominciamo a far quadrare i conti e ci dirigiamo sul lato ovest di Manhattan per qualche birra da Blind Tiger, locale già noto ai più, roccaforte della birra artigianale in città. Tante spine e anche un paio di casks per non farsi mancare niente, location bella, molto caotica. Ho solo una cartuccia da sparare e manco il bersaglio:  bevo la Hop Sun di Southern Tier con mia grande delusione. Sarà per la prossima...
La giornata successiva impone una sortita a Brooklyn dal beershop consigliatomi dal birraio di Captain Lawrence. Il Bierkraft a Park Slope è bellissimo, mi ricorda un po' "casa" con qualche miglioria e una scala decisamente statunitense: 12 spine e 3 real ales. Non si può chiedere di più. Mi secco velocemente la Cream Ale di Newburgh per poi passare alla Spice Of Life, single hop Citra di Sixpoint. S-P-E-T-T-A-C-O-L-O!!!
Mi dicono sia la settimana della birra del Maine e senza ulteriori indugi, ci spostiamo a Hell's Kitchen da The Pony Bar, forse il meno estetico di tutti i locali visitati, ma, anche se l'occhio vuole la sua parte, gli perdoniamo il look un po' da sport bar quando vediamo 30 spine interamente consacrate al Maine. Immancabile selezione di Allagash e poi Sea Dog e Main Beer Company; un tripudio di ales acide e non, accompagnate dalla classica aragosta che ci confortano dalla pioggia che si sta abbattendo su di noi.
Ci teniamo per l'ultimo giorno quello che è (ora) considerato da tutti i newyorkesi come il migliore craft beer pub. Alewife nel Queens... Il locale è piuttosto grande, su due piani, con un bancone grosso da cui svettano 40 (leggesi quaranta) rubinetti, che però si perdono nella generosità della sala. Anche qui Allagash la fa da padrone per via della Maine Beer Week, ciò nonostante ci restano 30 vie da assaggiare. Apro le danze con la Cream Ale di Empire Brewing, genere di cui sono ormai diventato abbastanza esperto, per poi buttarmi sulla Sawtooth Ale di Left Hand e chiudere in bellezza con la Rastafa Rye Ale dal cask di Blue Point.

Faccio un appunto: nonostante la sterminata offerta di birra BUONA che è presente in ogni dove, spesso bisogna confrontarsi con una mediocrità nel servizio che, visto il prezzo medio di 7 $ per le americane e di 8 $ per le straniere, resta imperdonabile.

giovedì 25 aprile 2013

The Drinking Revolution


Che birra artigianale e musica underground condividessero lo stesso pubblico è cosa ormai certa. Innumerevoli i richiami tra mondo musicale e pianeta brassicolo, perché, in fondo, saper riconoscere una buona birra è un gesto rivoluzionario, è non accontentarsi di quello che bevono gli "altri". Citazioni sottili per Brewdog che chiama Punk la sua India Pale Ale "base" e Hardcore quella brutalmente più amara ed alcolica. Ma nel Midwest il legame tra microbirrifici e metal è davvero palese, anche se "non direi che quello è il genere/cultura a cui noi ci sentiamo più vicini, ma tuttavia c'è una tendenza" sostiene Trent Holton del piccolo birrificio Half Acre di Chicago. "Non so che dirti, se non che la birra artigianale americana e il metal condividono un sacco di ispirazioni profonde. Considerare di fare qualcosa di rumoroso, aggressivo e anticonformista ci ha mantenuto sani di mente" spiega Todd Haug, negli anni '80 chitarrista dei Powermad, la storica band di speed metal di Minneapolis, ora mastro birraio presso Surly. La loro quinta ale celebrativa, la Five, esce con un'etichetta che ricorda quelle del black metal norvegese: caprone, pentacolo e colori smorti. 3Floyds, da parte sua, rincara la dose: festeggia i suoi 15 anni di attività invitando i Melvins a suonare nel suo pub, che viene citato dagli Amon Amarth come "tappa obbligatoria" durante i tour in U.S.A. Un'etica senza compromessi quella del microbirrificio dell'Indiana che l'ha portato in cima alla classifica dei produttori, obbligandolo a lottare per soddisfare la richiesta dei suoi clienti che attualmente si limitano a soli tre stati del Nord America. Come se non bastasse, esistono poi alcune birre nate da una collaborazione tra musicisti e birrai come la The Creeper, Doppelbock brassata appositamente per i Pelican dai già citati 3Floyds o la sour ale di New Belgium per i Clutch. Anche il gruppo punk norvegese Kvelertak si adegua, autoproducendo la Kvelerbräu, perché il rock 'n' roll sarebbe più noioso senza birra...

Pubblicato originariamente su Salad Days Issue X

venerdì 24 agosto 2012

L'erba del vicino è sempre più verde...

Se una cosa non la puoi avere, la brama aumenta e non si placa finché non viene soddisfatta. Ma quando poi l'oggetto del desiderio è tra le mani, la delusione è spesso alle porte, l'idea che ci siamo prefissati è meglio della dura realtà. E' un po' questa l'impressione che mi sono fatto sulla scena brassicola svedese. Un grosso hype per via della sua (quasi) totale assenza sui nostri banconi, racconti e recensioni che ritrovo distorte o ingrandite. Con questo non voglio dire che le birre locali siano pessime o altro, ma direi lontane dall'aura di mistificazione che le avvolge.
Per me birra a Stoccolma è sinonimo di Åkkurat: un posto caldo e accogliente, con una buona selezione di bottiglie e una discreta quantità di spine. Si mangia bene, si beve meglio. Gli rimprovero la mancanza di quell'integrità che, probabilmente, non gli consentirebbe di rimanere a galla: la Stella Artois nel frigo no. Punto.
Pollice su per la vienna lager dal nome impronunciabile di Nynäshamn, preferisco dimenticare Rainbow Warrior di Närke, mappazza affumicata e piuttosto masticabile.
L'alter ego dell' Åkkurat è l'Oliver Twist, locale votato più al luppolo "stelle-e-strisce" che alle produzioni domestiche e qualche rincuorante prodotto macro per non sentirsi persi nella foresta dell'ampia offerta. Cado in tentazione e mi stappo una boccia di Ruination IPA di Stone che ha il prezzo equivalente di CK One. Poi arriva una pinta di Oppigårds Single Hop, ale floreale e dissetante a base di Styrian che mette d'accordo sete e portafogli. Proprio Oppigårds mi conquista con birre facili e precise, senza quella pretesa di stupire. Come piace a me.

Se cercate la Glenfiddich Warehouse, sappiate che ha cambiato nome in Ardbeg Embassy, ma non si è mossa di un cm: locale un po' freddo e pacchiano, che però supera la ventina di birre locali alla spina e un infinito repertorio di Whiskys. Indimenticabile il filetto di renna e il salmone, ma la buccia di banana questa volta si chiama Indianvinken Pale Ale (IPA vi suona meglio?). Più volte richiamo l'attenzione della cameriera dicendogli che ho ordinato una IPA, non quel liquido fenolico e caramelloso che mi ha consegnato, ma mi giura che è così.

La gita da Nils OscarBryggeri non porta a granché, perché la burocrazia svedese, quando si tratta di alcol, è più italica che nordica. Mi tocca comprare le loro bottiglie da Systembolaget e mettermi il cuore in pace. Niente di stupefacente anche in questo caso, ma ales e lagers oneste, che si lasciano bere. E a me questo basta...

martedì 17 luglio 2012

Una domenica di ordinaria follia

Chiunque abbia avuto modo di scambiare due chiacchiere con me, saprà del mio amore viscerale per la musica punk/hardcore. E' l'unica cosa sacra tanto quanto la birra, il mio rifugio dalla vita di tutti i giorni, il mio cantuccio personale. Riuscire a unire la passione per la musica alla sete per la birra è come vincere al superenalotto senza aver giocato la schedina.
Questa volta la scusa per una giornata di vita al limite è una commistione di imprevedibili avvenimenti, di allineamenti planetari improbabili: l'invito di Dave a raggiungerlo a Pinarella per conoscerci di persona mentre è in tour con i Municipal Waste e la seconda edizione dello United Indipubs sulle colline sopra Reggio. Tanto siamo di strada...

La location della manifestazione birraria è splendida, con una cucina all'altezza della situazione e una selezione di birra piuttosto interessante. Partecipano alcuni locali del nord piuttosto conosciuti come la Locanda del Monaco Felice, il The Dome e lo Sherwood, altri un po' più lontanucci come l'Arrogant Pub e il Macche, altri addirittura esotici come l'HomoSibaris di Barcellona. Spiccano per particolarità la Gose di Freitgeist aromatizzata agli aghi di pino e la Stateside di Stillwater. Non nego che la presenza di quest'ultimo birrificio fosse la causa della nostra deviazione stradale, ma la soddisfazione personale scaturisce quasi sempre da prodotti semplici e l'accoppiata gnocco fritto con la Vigneronne di Cantillon resta imbattuto.


La strada scorre lenta e stanca fino a Pinarella, ci dirigiamo al Rock Planet e incontriamo Dave. C'è subito intesa, tant'è che in 5 minuti siamo da Beer Messenger in centro a Pinarella con una Cream Ale in mano, ma dobbiamo sbrigarci perchè entro mezzora deve salire sul palco con la band. Ci portiamo via della birra da asporto per il doposhow. Intanto, mentre camminiamo, mi dice con quella luce negli occhi tipica degli appassionati di aver messo le mani su un six-pack di Pliny The Elder con solo 4 giorni di imbottigliamento, mi racconta dei suoi Dark Lord Day passati a suonare con alcune delle sue bands e di come ci saranno importanti novità proprio da 3 Floyds.
La musica dei MW rende senz'altro meglio dal vivo, la perfomance è energica e il mix dei brani da Art of Partying a The Fatal Feast è ben strutturato e non scontenta nessuno.
La Sunflower di Valcavallina piace a Dave che la trova "very drinkable", concludiamo con una Dubbel di Westmalle per poi lasciarci con la speranza di reincontrarci presto.

Questo è per te Dave, per la tua simpatia e la tua ospitalità. Questo è per te Mario, compagno di questa folle avventura che sembrava non finire mai. Cheers, bros...

martedì 22 maggio 2012

Halfway to nowhere

Il tavolo da obitorio coi cadaveri
Vivere in un'area fortemente urbanizzata, a volte, distorce il senso delle cose: il pensiero che ovunque la situazione sia così, che chiunque la viva come te. Poi prendi l'auto e, a solo un'ora e mezza dalla Brianza, ti ritrovi immerso in un'Italia completamente diversa, libera da quelle quattro mura di cemento, dove gli umani li incontri solo una volta ogni tanto. Gli umani che voglio incontrare io si trovano in un piccolo insediamento sulle colline della Val Grue e fanno la birra, dell'ottima birra... La parola territorio accostata a birrificio, nella maggior parte dei casi, mi provoca una perplessa ilarità, ma non posso non pensare che siano un connubio perfetto per i prodotti di Riccardo Franzosi e il suo Montegioco. Sì, perchè senza quell'attaccamento al proprio background, non avremmo mai avuto la Quarta Runa, una fruit ale a base di pesche di Volpedo, o una Garbagnina a base di ciliege, o ancora la Mummia e la Open Mind, in cui l'incontro con la tradizione vinicola locale è più che accennato. Un occhio sul "terroir" e un altro sulla storia brassicola internazionale, per lo più orientato al Belgio, con una blond, la Runa, cavallo di battaglia del birrificio e "base" per gli assemblaggi con frutta o botti, o la Demon Hunter, scottish nei saccaromiceti, ma belga nel cuore. Parlare di stili a volte è fuorviante a causa dell'interpretazione intimamente personale di tutte le ales del piccolo birrificio disperso sui colli tortonesi. Loro non se ne curano. Perchè dovremmo noi...?